
Condannato dalla miope concezione nazionalpopolare di investimento che vede nel mattone l’uninca immutabile certezza dell’essere, l’autore è costretto a vivere in viaggio, in un limbo perenne fra il qui e il la, fra noi e loro, fra oggi e domani sera, in compagnia di decine di migliaia di esseri subumani nelle medesime condizioni, che disprezza.
Dal 1997 pendola dall’operosa terra di mezzo verso la Grande Cipolla. Che disprezza. La sua mente e il suo cuore sono ottenebrati da anni di routine e rituali fordisti che ne hanno annientato ogni emozione. In lui non c’è traccia di compassione. Di pietà. Ma è troppo depresso per provare qualsivoglia livore contro il sistema.
Che disprezza.